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Energia dal sottosuolo: il mistero del Tevere nascosto

In questi giorni in cui, a causa delle alluvioni, si parla tanto di potenza distruttrice dell’acqua, ci piace ricordare come invece essa possa essere amica dell’uomo, se questi anziché sfidarla con l’edilizia “selvaggia”, è capace di sfruttarne le potenzialità. Ci riferiamo in particolare alla possibilità di ricavare energia dal calore delle acque che scorrono in profondità nel sottosuolo.

Nel 2009, un’indagine realizzata da un’équipe di ricercatori di Roma Tre, guidata dal Prof. Franco Barberi – geochimico e vulcanologo, ex sottosegretario alla Protezione civile – ha portato alla “scoperta” di un fiume “tiepido”, che scorre a 30-60 metri di profondità sotto il letto del Tevere, lungo tutto il suo corso, estendendosi per qualche centinaio di metri sia da un lato del fiume che dall’altro. Questo corso d’acqua è separato dalle acque del Tevere, sopra e sotto, da due strati impermeabili di ghiaia e sabbia – depositatisi nel corso dell’evoluzione geologica del Tevere stesso – che gli consentono di mantenere una temperatura media di 20° C  costante tutto l’anno. Non solo la temperatura ma anche la scarsa profondità (che ne rende facile e conveniente l’estrazione), un pH neutro e la totale assenza di contaminazioni rendono quest’acqua ideale per usi geotermici, una risorsa “pura” e inesauribile. Infatti, tramite i cosiddetti impianti ad anello d’acqua, si potrebbe provvedere sia al riscaldamento invernale che al rinfrescamento estivo delle abitazioni e poi riconvogliare l’acqua nella falda per non farla esaurire.

Ma nonostante l’Italia abbia il sottosuolo più “caldo” d’Europa, gli impianti geotermici sono ancora scarsamente sviluppati nel nostro Paese, pur essendo questa risorsa più abbondante e meno costosa di altre fonti energetiche più impiegate, come ad esempio quella solare. Utilizzando pompe ad aria o ad acqua si può “estrarre” calore dal sottosuolo ed utilizzarlo direttamente per riscaldare o raffreddare ambienti – abbattendo del tutto il rilascio di gas in atmosfera – oppure trasformare l’energia geotermica in energia elettrica.
In questo modo si ottiene un dispendio di energia che, a seconda del tipo di impianto utilizzato, va dal 30 al 65% in meno rispetto ai consumi degli sistemi di riscaldamento e condizionamento tradizionali. E le prestazioni migliori si ottengono sfruttando falde acquifere sotterranee – appunto tramite impianti ad anello d’acqua – in quanto proprio l’acqua facilita lo scambio circolare di calore.

L’idea di utilizzare questo fiume “segreto” per gli impianti di condizionamento condominiali sembrerebbe dunque per Roma una soluzione ottimale, anche nell’ottica di raggiungere gli obiettivi di ridurre le emissioni inquinanti e attestare al 20% la produzione energetica da fonti rinnovabili, fissati per il 2020, in linea con il protocollo di Kyoto e la normativa europea.
A quanto ne sappiamo però la ricerca di Barberi e collaboratori – che inizialmente aveva ricevuto i finanziamenti del ministero della Pubblica Istruzione, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dell’Università Roma Tre – è finita nel dimenticatoio. Come mai nessun finanziatore, né pubblico né privato, abbia deciso di investire in un progetto di impianti almeno in via sperimentale resta un mistero.

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